Reverse charge: l’UE dice no.

L’Unione Europea ha detto no alla Reverse charge, ovvero quel meccanismo che con la Legge di Stabilità del 2016 che impone ai consorzi aggiudicatari di commesse promosse da enti pubblici di emettere fatture in split payment.

Una disposizione – come spiega la nuova nota redatta dallo studio Aldo Cadau – che tuttavia, per essere efficace necessità dell’autorizzazione da parte del Consiglio dell’Unione europea in merito alla misura speciale di deroga di cui all’articolo 395, Direttiva 2006/112/CE, nel quale si afferma che “il Consiglio, deliberando all’unanimità su proposta della Commissione, può autorizzare ogni Stato membro ad introdurre misure speciali di deroga alla presente direttiva, allo scopo di semplificare la riscossione dell’imposta o di evitare talune evasioni o elusioni fiscali”.

Come precisato dallo studio del commercialista Aldo Cadau, l’Agenzia, nella circolare n. 20/E/2016, la previsione in commento necessita di una preventiva autorizzazione da parte degli organismi europei, non rientrando fra le operazioni per le quali gli Stati membri possono stabilire, senza alcun limite temporale, che il soggetto tenuto al versamento dell’Iva sia il cessionario o il committente in luogo del cedente o prestatore (si veda articolo 199 della Direttiva 2006/112/CE), né fra quelle – a carattere temporaneo – per le quali gli Stati membri possono prevedere l’applicazione del meccanismo del reverse charge fino al 31 dicembre 2018 e per un periodo minimo di due anni (si veda l’articolo 199-bis della Direttiva 2006/112/CE).

 

Aldo Cadau Reverse Charge

 

Tra le condizioni è essenziale ricordare che il Reverse charge si applicherà esclusivamente alle prestazioni eseguite tra consorzio di appartenenza e consorziati e mai nei confronti di soggetti terzi.

In merito occorre precisare che i consorzi cui si rende applicabile la normativa sono quelli indicati dall’articolo 34, comma 1, del D.Lgs. 163/2006, ovvero:

  • i consorzi fra società cooperative di produzione e lavoro;
  • i consorzi stabili, costituiti anche in forma di società consortili ai sensi dell’articolo 2615-ter del codice civile, tra imprenditori individuali, anche artigiani, società commerciali, società cooperative di produzione e lavoro;
  • i consorzi ordinari di concorrenti di cui all’articolo 2602 del codice civile.

Restano quindi esclusi:

  • i raggruppamenti temporanei di imprese di cui all’articolo 37 del D.Lgs. 163/2006;
  • le imprese aderenti al contratto di rete di cui all’articolo 3, comma 4-ter, del D.L. 5/2009, convertito con modificazioni dalla L. 33/2009.

Ebbene, a distanza di 2 anni e mezzo dalla introduzione della lettera a-quater) al sesto comma dell’articolo 17, D.P.R. 633/1972 è intervenuta la Commissione Europea con la Comunicazione n. 484 del 21 giugno 2018 per affermare che “dal momento che l’Italia non ha dimostrato la necessità della misura di deroga al fine di evitare le frodi o semplificare le procedure per i soggetti passivi e/o per le amministrazioni fiscali a norma dell’articolo 395, Direttiva Iva, la richiesta non soddisfa le condizioni di cui al suddetto articolo”.

A questo punto il Governo Italiano dovrà decidere se adeguarsi alla posizione espressa dalla Commissione Europea e quindi promuovere le azioni volte alla rimozione della citata previsione normativa oppure presentare nuove argomentazioni a sostegno di un rilancio di questa misura.